Cane di quartiere, è un randagio? In cosa consiste?

Spesso un cane di quartiere viene scambiato per randagio. Facciamo un po’ d’ordine e non interveniamo quando non è necessario

cane su coperte

Un quadrupede in giro per casa ci rende ancora più sensibili verso i piccoli pelosi randagi. Aiutarli è sacrosanto, ma non confondiamoli con il cane di quartiere: non è la stessa cosa.

Cane di quartiere, è un randagio? In cosa consiste?

Soprattutto nelle stagioni più calde poi un’attenzione in più verso gli animali che vivono per strada può fare la differenza e salvare numerose vite. Acqua fresca e cibo fuori dai negozi, o in punti in cui non danno fastidio, sono davvero apprezzati dai quattro zampe.

Cos’è un cane di quartiere?

Partiamo dal presupposto che non è la soluzione al randagismo. Il cane di quartiere rende solo meno invisibili gli amici a quattro zampe che vivono per strada. In ogni caso è fondamentale la sterilizzazione, per limitare le nascite.

Cane di quartiere, è un randagio? In cosa consiste?

Si tratta a tutti gli effetti di un peloso randagio che però viene adottato dagli abitanti di una zona, da qui “di quartiere”. È importante che abbia determinate caratteristiche:

  • Non può avere un’indole aggressiva;
  • Non deve essere schedato tra le segnalazioni di molestie;
  • Non deve appartenere a razze classificate come pericolose;
  • Deve essere compatibile con il quartiere di riferimento.

Un amico a quattro zampe con tutte questi requisiti può essere un ottimo candidato per diventare il ‘cane della zona’.

Differenze con il randagio

C’è molta confusione quando si parla di cane di quartiere, e tutto scaturisce dalla legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo (la n. 281 del 1991). Questa legge delega alle Regioni e ai Comuni il compito di prevedere dei regolamenti di attuazione della legge stessa.

Cane di quartiere, è un randagio? In cosa consiste?

La risposta è stata molto celere, si fa per dire: alcune amministrazioni l’hanno resa operativa dopo otto o nove anni, nonostante il termine fosse di sei mesi; e per fortuna adesso sono tutte in regola.

Solo nel 2001, con una circolare del Ministero della Salute, viene ufficializzata la figura del cane di quartiere. Ma la normativa in materia resta davvero complicata da interpretare, e ogni Regione opera in totale autonomia.

Tra burocrazia e certificati

L’iter attraverso il quale un randagio può diventare cane di quartiere, quindi, varia da regione a regione. Qui di seguito la procedura standard:

  • Deve essere portato in canile perché venga rilasciato un certificato che attesti che sia clinicamente sano;
  • Bisogna che sia vaccinato e sterilizzato;
  • È necessario che sia iscritto all’anagrafe canina, e tatuato o microchippato a nome del Comune di appartenenza.

Cane di quartiere, è un randagio? In cosa consiste?

  • Quando viene fatto il riconoscimento formale, deve essere nominato un volontario che si occupi della sua alimentazione, che garantisca gli standard igienici e l’assistenza sanitaria presso le strutture veterinarie della Asl (le spese sono tutte è a carico del Servizio Sanitario Nazionale).

In ogni caso, prima di avviare qualsiasi procedura, vista la particolare confusione in materia, è bene informarsi presso gli uffici sanitari del proprio Comune di appartenenza.

Come comportarsi di fronte a un cane di quartiere

In nessun modo. Può capitare che, passeggiando per le vie limitrofe alla propria abitazione (ma non solo lì), si incontri un cane di quartiere. Spesso nasce il dubbio su cosa fare, ma in realtà non dobbiamo preoccuparci per lui, a meno che non notiamo qualcosa che mini la sua salute psico-fisica.

Niente appelli sui social network e nessun allarmismo. Se si tratta di un amico a quattro zampe adulto e con esperienza, sarà perfettamente in grado di badare a se stesso. Poi non dimentichiamo che c’è un intero quartiere a sorvegliarlo, e un tutore che si prende cura di lui.

Cane di quartiere, è un randagio? In cosa consiste?

Non portiamolo via senza aver fatto tutti i controlli di rito: in un rifugio o in un canile non se la passerebbe certamente meglio, chiuso in un box e con pochi minuti al giorno di movimento. Anzi, inconsapevolmente, saremmo i responsabili di un trauma non di poco conto.